Luigi Pirandello: "Uno nessuno e centomila"

Oggi è il 145° anniversario della nascita di un autore che apprezzo molto, anche perché agrigentino come me, Luigi Pirandello. Perciò mi cimento nella recensione di un suo libro, Uno nessuno e centomila.
Tutto parte quando Vitangelo Moscarda è di fronte allo specchio e la moglie Dida gli fa notare che gli pende il naso a destra, questo lo mette in crisi. Si rende conto, infatti, che lui agli occhi degli altri non è come ai suoi occhi. Ognuno è appunto uno, nessuno e centomila. Non esiste quindi solo la forma che l'io da' a sè, esistono tutte le maschere che assume e tutti i punti di vista altrui.
Una realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.
Così, Vitangelo non riconosce più se stesso, nè i suoi amici, nè la moglie, nè la sua condizione. Arriverà alla follia in un ospizio, dove finisce in seguito ad un consiglio da parte di un vescovo di donare tutto ai poveri. Nell'ospisizio, però, si sentirà libero da ogni regola e felice perché può vedere il mondo con occhi diversi.
Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire.
Questo libro si può considerare la "apoteosi" della poetica di Pirandello, in quanto tratta in maniera completa una tematica ricorrentissima in questa autore, quella delle maschere, del resto lui stesso diceva:
Nella vita imparerai a tue spese che incontrerai sempre tantissime maschere e pochissimi volti.
E "ricorreva", per così dire, al teatro proprio perché riteneva fosse un ottimo modo per interpretare le maschere di ognuno.
Con uno stile abbastanza chiaro, seppur con qualche parte dialettale e qualche vocabolo un po' più elevato, questo romanzo psicologico, come penso si possa definire, presenta concetti molto complessi, che si possono evincere in tutto il libro che non si sofferma sulla trama in sè, ma sul significato che da essa bisogna trarre.
Il protagonista "mescola" molti ragionamenti, senza rischiare mai nè di annoiare nè di far confondere il lettore, anche se ovviamente si tratta di una lettura per cui occorre molta concentrazione, perché tratta del senso della vita, in un certo senso e della diversità delle "forme". La crisi ed il vissuto del protagonista si possono dividere in varie fasi: la pazzia, in cui Moscarda si rende conto di non essere per tutti come lui si vede e quindi entra in uno stato di confusione ed appunto pazzia, poi la consapevolezza, in cui quindi il protagonista arriva ad accettare la sua condizione e quindi la guarigione nell'ospizio in cui Moscarda si rende conto di non avere più bisogno di pensare alla morte ne di pregare, come dice la parte finale del libro, devo dire che rileggendola mi vengono ancora i brividi:
Pensare alla morte, pregare. C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l'ho più questo bisogno. Perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
★★★★☆ [3.5/5] Luigi Pirandello riesce come sempre non solo ad elaborare concetti meravigliosi, ma anche ad esprimerli con la giusta intensità e consapevolezza, è questo il suo grande talento. Non si tratta solo di una persona molto acuta, ma anche di uno scrittore bravissimo.
Consiglio questo libro a chiunque sia alla ricerca di maggiore conoscenza e consapevolezza, perché ritengo che le opere di Pirandello formino il carattere e la mente.

Uno nessuno e centomila, reviewed by Silvia Argento ©

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