Caro adolescente medio, ecco perché ascolto De André

2009. Ho 12 anni, frequento la terza media e nel mio corso fra i tanti professori cambia anche quella di musica, che decide, un giorno, di indirizzarci verso la "buona musica". Ci fa conoscere i Beatles, il rock in generale, si dedica moltissimo all'approfondimento di Verdi in particolare con opere come il Rigoletto o l'Aida, e poi ci spiega cos'è il cantautorato italiano e quali sono i maggiori esponenti, primo fra i quali, ella afferma, è un certo Fabrizio De André. Ci fa quindi ascoltare La guerra di Piero, che io avevo già sentito ma non ne conoscevo il cantante. Da allora, per me, inizia un grande apprezzamento per questo artista, che si limita però solamente a questa canzone. In seguito ascolto una cover de Un giudice, scopro tantissime altre canzoni durante il liceo e inizio pian piano ad apprezzare la musica italiana che avevo conosciuto solo con artisti come Celentano, Cocciante e Battisti che, pur essendo validissimi, si muovevano su territori molto diversi rispetto ai cantautori o comunque cantanti impegnati politicamente come Guccini, Gaber e lo stesso De André (Celentano si sarebbe dedicato a diffondere le sue idee tramite le canzoni in maniera più esplicita solamente dopo). Però c'è un problema. De André, Guccini, Gaber e compagnia, sono "roba vecchia", roba per gente che il 68 l'ha vissuto, e io dovrei dedicarmi ad ascoltare musica moderna o comunque musica che parla di cose che io conosco. Me lo fanno notare in tanti, dalle medie fino ad ora, per questo è arrivato il momento di dare una risposta all'adolescente medio che è portato a guardare in maniera strana quelli come me. Quelli che si commuovono quando sentono che gente moriva per i propri ideali, e addirittura che c'era gente che sopravvivendo li manteneva ancora intatti, cosa ben più sconvolgente, giacché come diceva Hermann Hesse:
Sono più le persone disposte a morire per degli ideali, che quelle disposte a vivere per essi.
Si dice sempre dei libri che servono a farci vivere più vite, a farci vivere epoche che non abbiamo mai vissuto, a farci pensare come non penseremmo mai, a farci capire gli altri. Perché con la musica dovrebbe essere diverso? E' ovvio che io o quelli giovani come me non abbiano mai vissuto determinate realtà, che quanto dice De André ad esempio in Canzone del Maggio non è stato vissuto da noi e che nessuno è mai passato per la Via del campo. E' vero che Gaber racconta gli anni d'oro di un periodo, quello degli anni 60, che non ci appartiene ed è vero che quando dice che la sua generazione ha perso, noi non abbiamo a che fare con quella generazione. E' vero che Guccini in Canzone per il Che parla di un personaggio lontano dalla nostra epoca, dalla nostra nazione e accenna a fatti storici che magari nelle scuole neanche ci spiegano. Ma è anche vero che il '68 è stato vissuto da uomini, gli anni '60 da uomini, Che Guevara era un uomo, e noi giovani o meno, siamo uomini altrettanto. Forse, non è proprio questo il punto? Lasciamo perdere la piacevolezza di questo genere, questo non si mette in discussione, è un fatto anche soggettivo, non critico chi mi dice che preferisce il genere leggero. La mia risposta riguarda unicamente coloro i quali affermano che queste canzoni narrano del passato, e quindi i giovani non hanno niente a che fare con esse e le rifiutano, quindi, in quanto giovani. Qualsiasi altra ragione va bene per rifiutare questo genere, ma se invece è questa la ragione, sappiate che non è così. E anzi, proprio perché non c'ero, personalmente, io voglio ascoltare questo genere di canzoni. Come se stessi leggendo un qualsiasi libro di storia, voglio saperne di più, ma in un modo diverso, forse più bello. Perché non è l'oggettività dell'autore del libro di testo del liceo a dirmi cosa succede, ma l'emotività di un artista, che come me si sta impegnando semplicemente per fare qualcosa. Lui per farmi ascoltare il giusto, io per ascoltare bene. Forse spesso idealizziamo una realtà che non conosciamo, forse immaginiamo più che altro e sogniamo attorno a quei versi, ma pensando alle lotte del passato, che sono fallite, io sento una spinta. E tutti noi la sentiamo. E non sto parlando di vere lotte nel senso della parola, non sto parlando di '68, non sto parlando di destra o di sinistra, io sto parlando di lotte anche figurate, lotte anche solo per parlare, perché è già una lotta essere un artista come De André. Già un artista che compone andando fuori dagli schemi, lotta contro il sistema. E' quello che è costretto a rifugiarsi nel teatro, come Gaber, perché la tv vuole solamente la ballata del Cerutti. E' quello che parla della sua generazione, fatta di uomini, come può questo non riguardarci? Come puoi tu, solo perché giovane, dire che non ti riguarda perché non c'eri? Ti riguarda soprattutto perché sei giovane, perché non sai ed hai da imparare e ti riguarda soprattutto perché non c'eri. E' quello che come tutti noi lotta per dire qualcosa, per ricordarci qualcosa, per dare qualcosa a noi e a se stesso. Perché? Perché è un uomo. E in quanto uomo, nulla di ciò che scrive, sia esso parte del passato o inerente al presente, ci è estraneo. Terenzio, un commediografo latino, affermò: homo sum, humani nihil a me alienum puto. Ovvero:
Sono un uomo, non reputo a me estraneo nulla di umano.
Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

Written by Silvia Argento ©

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