Laelius de amicitia di Cicerone

Oggi vi presento la recensione di un libro, ma non uno qualsiasi. Si tratta, infatti, di un trattato la cui lingua originale è il latino, che è stato scritto da Cicerone, cioè il De amicitia.
Ancora prima che la mia professoressa decidesse di farcelo leggere, ammetto che ero intenzionata a comprarlo per scoprire di cosa si trattasse, attratta non solo dall'idea di leggere Cicerone, che è uno dei migliori autori latini che io abbia studiato finora, ma anche dall'argomento così diverso rispetto a quelli dei soliti trattati latini. Infatti, il tema centrale è, come dice il titolo, l'amicizia.
Ciascuno, infatti, ama se stesso non per esigere da sé una ricompensa di questo amore, ma perché è caro a sé per se stesso. Se non si applicherà all'amicizia questo stesso comportamento, non si troverà mai un vero amico.
Ciò che mi ha subito colpito sia studiando i trattati di Cicerone in generale, sia leggendo questo De Amicitia che sto recensendo, è la scelta da parte dell'autore di avvalersi di un modello prettamente platonico e quindi dialogico. Infatti, il dialogo è un'altra delle ragioni che ha reso gli scritti platonici più piacevoli e originali rispetto ad altro. Allo stesso modo "avvantaggia", per così dire Cicerone e rende la lettura veramente piacevole. Infatti, sostanzialmente questo trattato è un dialogo il cui protagonista è Gaio Lelio (politico romano), che conversa con Gaio Fannio Strabone e Quinto Mucio Scevola. E' attraverso il dialogo fra questi tre personaggi che Cicerone presenta la sua concezione di amicizia, che emerge implicitamente tramite questo alter ego di cui decide di avvalersi e che sarà tema centrale di tutta l'opera. La scelta di impostare in questo modo il trattato, che ho già giudicato assolutamente positiva per la piacevolezza che comunque aggiunge alla lettura, ha sicuramente successo non solo per motivi che ho già elencato, ma anche per come è realizzata. Infatti vi è un forte realismo all'interno dell'opera: è vero e sappiamo tutti, ce ne accorgiamo, che l'intenzione dell'autore è di far emergere quel che pensa, ma è altrettanto vero che io almeno sono riuscita ad entrare in un'altra realtà e cioè in quella romana nei passi in cui l'autore fa riferimenti anche alla politica del passato e fa fare ai personaggi riferimenti ad una figura che loro hanno in comune. Ad esempio Gaio Lelio era amico di Publio Cornelio Scipione Emiliano, che al tempo in cui è ambientato il dialogo era morto da poco, quindi anche se tutto è incentrato sul parlare dell'amicizia, Cicerone riesce a farci provare una sorta di empatia; si dimostra così il dialogo anche un ottimo manifesto storico. Oltre a questi aspetti, che ho sottolineato per primi lasciando il più importante per ultimo, la cosa che mi ha colpito di più è il modo con cui viene trattato l'argomento amicizia. Innanzitutto perché Cicerone non parla dell'amicizia solo fra persone facenti parti della nobilitas (a cui lui stesso apparteneva), ma parla in generale, in secondo luogo perché pur emergendo i concetti latini per cui l'amicizia era un legame personale che diventa poi sostegno politico, si concentra sostanzialmente sul definire cosa sia l'amicizia in ogni suo aspetto, né incentra la sua trattazione solo su concezioni che ci appaiono anacronistiche, ma caratterizza l'amicizia in generale. Passa dal ricordo delle persone scomparse, che vivono ancora proprio attraverso gli amici (non dimentichiamo che Gaio Lelio ricorda l'amico Scipione Emiliano da poco scomparso e ne parla, mantenendolo quindi vivo), al giusto modo di essere amici, quindi sottolinea il fatto che non bisogna avere secondi fini in amicizia, che bisogna sempre sostenersi, che si deve amare l'amico quanto se stessi. Il pregio più grande di questo trattato è il fatto che tutti, chi più chi meno, possiamo trovare qualcosa di noi, un nostro pensiero espresso in maniera diversa oppure qualcosa che non abbiamo mai pensato, ma che scritta su quelle pagine ci porta alla riflessione e alla crescita. Sicuramente uno dei concetti che più mi ha affascinato è quello che si trova nelle ultime pagine del libro, secondo il quale l'amicizia è finalizzata al raggiungimento della virtù, che attraverso all'amico, a qualcun altro, di cui tutti e nessuno escluso abbiamo bisogno, riusciamo a raggiungere vette più alte. Questo non si traduce nello sfruttamento della persona, ma nel sostegno reciproco. E non è questo un concetto squisitamente moderno? E questa è una cosa che Cicerone alla sua epoca non poteva sapere, c'è un'altra caratteristica che doveva aggiungere all'amicizia: l'uomo ne avrà bisogno anche in futuro. L'uomo è rimasto lo stesso, sempre umano, sempre debole in senso buono, quindi ha bisogno dell'altro per andare avanti.
E' anche vero, però, che l'amicizia di cui ci parla Cicerone è sicuramente un'utopia. Non vorrei sembrare pessimista, ma delineare tutti questi aspetti bellissimi, non è altro che costruire un ideale che appare sì realistico in quanto comunque vengono forniti anche esempi storici e la logica di Cicerone ci fa sembrare tutto realizzabile (ricordiamoci che stiamo parlando di un advocatus il cui compito era tra le altre cose anche persuadere e convincere l'uditorio), ma appare anche utopico perché, appunto, è un ideale. Un ideale di amicizia perfetta, in cui ogni aspetto descritto dall'autore, ogni pezzo, sia "al suo posto"; e noi tutti sappiamo quanto sia difficile. Definisce meschini coloro i quali hanno secondi fini in amicizia, ma non fornisce né può certamente fornire una vera e propria soluzione, perché non c'è, è la natura, siamo così. Quindi sicuramente un altro aspetto positivo è il fatto che alla fine l'autore ci faccia sognare un ideale di perfezione, di amicizia, che magari otterremo un giorno per carità, ma che in generale è veramente difficile perfino da immaginare, però ovviamente i concetti espressi ci affascinano e sicuramente in un libro questa è una bellissima cosa da trovare. Anche perché non solo sono perfettamente, come ho detto, condivisibili da noi tutti, ma sono anche espressi chiaramente.
Sebbene l'amicizia racchiuda in sé moltissimi e grandissimi vantaggi essa supera di certo ogni cosa, perché fa risplendere le buone speranze per l'avvenire e non permette che gli animi di avviliscano e vengano meno. Chi osserva un vero amico, osserva come un'immagine di se stesso. Per questo gli assenti diventano presenti, i poveri ricchi, i deboli forti e, cosa più difficile a dirsi, i morti diventano vivi; tanto li segue l'onore, il ricordo, il rimpianto degli amici.
Mi sembra addirittura banale parlare di "recensione dello stile" in questo caso perché, insomma, stiamo parlando di Cicerone. Ma mi sembra, paradossalmente, anche necessario sottolineare quanto prenda il suo linguaggio. Ammetto che alcuni concetti espressi che in realtà, specie se paragonati ad altri sempre all'interno di questo trattato, potevano sembrare banali, sono diventati un insieme di grande originalità e particolarità dato soprattutto dal linguaggio. Avevo il testo latino a fronte e quanto leggevo sembrava una poesia prosaica, ma a prescindere da questo anche nella traduzione italiana si evinceva la grande capacità dell'advocatus di rendere perfettamente quanto voleva far intendere al lettore.
Tuttavia, devo essere onesta nel sottolineare che il trattato sarebbe dovuto essere più breve e forse gestito in maniera un po' diversa. L'autore mantiene infatti la logica ferrea che del resto caratterizza ogni sua composizione, soprattutto le orazioni (di cui ho letto per intero solo le Catilinarie, che non mi hanno entusiasmato moltissimo, ma vari passi da molte altre), tuttavia a volte soprattutto se un concetto già espresso si collega con quello che sta esprimendo in quel momento, ripete cose già dette e spesso è motivo non dico di confusione, quanto di una leggera monotonia. Quest'ultima è causata anche dal fatto che pur essendo un dialogo l'intenzione dell'autore è quella di parlare della sua concezione di amicizia attraverso una persona loquens che è Lelio, quindi egli parla molto più degli altri interlocutori realizzando quasi un soliloquio.
★★★☆☆ Concludendo, quindi, ho amato lo stile ed il linguaggio e apprezzato in generale la trattazione, ma ho anche cercato in questo libro sempre qualcosa di più man mano che leggevo trovando sempre il doppio rispetto a quello che mi aspettavo. Se non fosse, ripeto, per una monotonia in alcuni passi, per alcuni momenti di noia, considerata l'idea di fondo e soprattutto la realizzazione, avrebbe meritato veramente di più. Se di Cicerone dovessi valutare solo lo stile o solamente la logica non ci sarebbero abbastanza stelle nel firmamento per dare un punteggio.

Laelius de amicitia di Cicerone, reviewed by Silvia Argento ©

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