Musica, linguaggio caotico dell'equilibrio

Ricordo benissimo come fosse adesso il momento in cui mi innamorai per la prima volta di una persona. Era un musicista, non so se mi spiego. E per me i musicisti hanno sempre avuto qualcosa in più. È una cosa che penso ancora, penso che un vero musicista sia una persona speciale, una che valga quantomeno la pena conoscere.

Se questa è stata la prima volta che mi sono innamorata di una persona, il mio vero primo amore era un altro. Non un musicista, ma la Musica.
La musica mi ha sempre affascinato. È nato da bambina, piccolissima, ed è nato con un cantante italiano molto caro a mio padre, Adriano Celentano. Poi mia madre ci ha messo lo zampino e ci ha inserito anche Lucio Battisti. Adolescente mio fratello ha scoperto il rock e il metal, e intanto io andavo facendo le mie meravigliose scoperte. Ogni canzone nuova era per me una nuova vita, tipo Galileo Galilei che ti inventa il cannocchiale o un chitarrista quando cambia le corde alla chitarra e ne sente il nuovo suono. La musica è così. Un costante rinnovamento di chi la produce e di chi la ascolta. Una meraviglia. È come innamorarsi ogni volta. Di nuovo. Ancora e ancora. Era questo per me. Ogni volta che ascolto una canzone per la prima volta, è come sentire nuovamente per la prima volta quella sensazione di innamoramento.

E ogni volta che c'era un problema bastava scegliere la colonna sonora adatta. Non risolve il problema, ma ti fa pensare che forse non sei l'unica persona stupida a pensare determinate cose o ti distrae da ciò che pensi, ti distoglie dal tuo mondo e ti aiuta a vivere meglio.

Ecco perché ad esempio io ascolto De André. Perché le storie di Faber non sono storie felici, e io storie felici non ne posso sentire. Non posso sopportare cose dolci o calme e basta, e se lo sono deve esserci qualcosa. Per esempio Gaber, è l'umorismo e l'ironia, ma è anche la critica sociale. Se Gaber parlasse solo di come è bello lottare per un mondo migliore senza dire prima che il mondo fa schifo io e lui non potremmo mai andare d'accordo.

Poi certo, il problema principale è quando da questa musica tu capisci anche troppo. Lì impazzisci. A questo serve la varietà. Non sopporto le cose felici ma non voglio neanche morire. Oddio, forse l'ho voluto a volte, ma in generale non mi pervade sempre questo desiderio. E quindi avviene che ciò che ascolto spesso serva a farmi sfogare. Così mi libero. Non posso liberarmi suonando, quello lo lascio fare ad altri, mi libero ascoltandola o cantandola questa meraviglia. La musica è una salvezza indispensabile.

Non te li risolve i guai. Nessuno può. Neanche Beethoven, che c'aveva pure i suoi casini come tutti. Ma nella mia tremenda scelta fra isolamento e società la musica è l'unione di entrambe le cose: è isolamento perché la musica ti spinge ad indagare dentro te stesso, a pensare, da te non scappi quando la ascolti e quindi sei solo con te stesso; ma è anche società, è stare con tutto il mondo, quello terreno, perché Dio, per fortuna, non ne è il creatore. Siamo noi. Siamo noi i creatori di tutto questo. I compositori? No, tutti gli uomini.

Perché tutti gli uomini sono incasinati, dannazione. Sono sentimenti contrastanti che ci fanno impazzire, e abbiamo bisogno di qualcosa che metta un po' d'ordine. E la musica è il linguaggio universale dell'equilibrio, ma che fa parte di un libro scritto dal caos.

Chissà poi se i musicisti riescono con la loro arte a capirlo tutto questo casino.

Secondo me siamo tutti confusi. Altroché.

Poi i musicisti hanno in più che magari se sono confusi ci mettono Mozart in sottofondo, ma non con il CD, no, loro se lo suonano da soli.

Written by Silvia Argento ©

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